Piano BUL: banda ultralarga avanti tra revisioni finanziarie e nodi burocratici
La digitalizzazione delle "aree bianche" in Italia si conferma uno dei cantieri più complessi della strategia nazionale per la crescita. La recente Deliberazione n. 71/2025 del Collegio del controllo concomitante della Corte dei Conti offre un’analisi puntuale sullo stato del Piano Banda Ultralarga, tracciando un bilancio che racchiude progressi infrastrutturali e criticità persistenti.
Banda ultralarga: cosa prevede la strategia nazionale 2023-2026?
Il documento sullo stato dell’arte del Piano “banda ultralarga nelle aree bianche” (anche noto come Piano BUL) certifica innanzitutto un nuovo slittamento temporale che sposta la chiusura definitiva del progetto all'ultimo quadrimestre del 2026, una scadenza che oggi rappresenta il termine ultimo per non compromettere la coerenza complessiva degli obiettivi di connettività nazionale.
Piano BUL: lo stato di avanzamento e i target raggiunti
Sotto il profilo tecnico, lo stato di realizzazione al 31 ottobre 2025 mostra un’infrastruttura in fase avanzata ma non ancora terminata.
La tecnologia FTTH ha raggiunto una copertura di circa 4,8 milioni di unità immobiliari collaudate con esito positivo (rispetto a un target finale previsto di circa 6,3 milioni di UI), mentre la componente wireless FWA segna un passo più lento, attestandosi intorno al 61% (circa 1,25 milioni di UI).
Risultati decisamente più positivi si registrano invece nel collegamento delle sedi della Pubblica Amministrazione - con il 99,8% del target raggiunto, ovvero 27.141 sedi su 27.183 - e delle aree industriali.
Questi dati confermano il raggiungimento di un obiettivo strategico per la messa in sicurezza dei gangli vitali del sistema Paese, nonostante persista la sfida del completamento capillare per l'utenza privata, rallentata dalle criticità residue in 116 Comuni e dalle incertezze legate all'anagrafica delle unità immobiliari.
Banda ultralarga: la nuova governance e il monitoraggio rafforzato del Piano
Il 2025 ha segnato un cambio di passo nella gestione del progetto attraverso un rafforzamento dei protocolli di vigilanza da parte del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. L'istituzione di una struttura di monitoraggio costante, caratterizzata da flussi informativi mensili e incontri tecnici bisettimanali, ha permesso di intercettare più rapidamente gli scostamenti operativi.
Questo sistema di governance mira a creare una "war room" permanente tra concedente (Infratel) e concessionario per gestire in tempo reale le criticità che emergono nei territori, cercando di allineare la pianificazione teorica con l'effettiva operatività dei cantieri.
A supporto di questa nuova strategia, il MIMIT ha proceduto ad un innalzamento del massimale delle penali applicabili, portandolo da 158,5 a 177,7 milioni di euro, proprio per garantire l'efficacia dell'azione sanzionatoria in caso di ulteriori scostamenti dal nuovo cronoprogramma.
La revisione economico-finanziaria e il contributo pubblico
Per fronteggiare lo scenario inflattivo e l'impennata dei costi delle materie prime che hanno rischiato di paralizzare i lavori, lo Stato ha proceduto a un significativo riequilibrio dei Piani Economico-Finanziari (PEF).
Questa manovra ha comportato lo stanziamento di ulteriori 660 milioni di euro di risorse pubbliche e un’estensione temporale delle concessioni di circa 6-8 anni. Si è trattato di una scelta obbligata per garantire la sostenibilità economica della concessione nel lungo periodo, portando il valore complessivo dell'investimento pubblico da riconoscere al concessionario a sfiorare i due miliardi di euro (precisamente 1,99 miliardi di euro).
Nello specifico, la spesa complessiva prevista per l'intero progetto, considerando tutte le fonti di finanziamento e le voci di investimento nazionale, raggiunge la cifra di 2 miliardi e 915,2 milioni di euro, a fronte di impegni già assunti per 2 miliardi e 628,4 milioni e pagamenti effettuati che superano quota 1,5 milardi di euro.
Criticità strutturali e ragioni dei ritardi
Secondo la Corte dei Conti, il rallentamento della tabella di marcia originaria è da attribuire a una convergenza di fattori complessi, che spaziano dalla cronica carenza di manodopera specializzata alle difficoltà burocratiche nel rilascio delle autorizzazioni da parte degli enti localii, fino all'eccezionale incremento dei prezzi dei materiali che ha reso necessaria una revisione dei quadri economici.
Permangono situazioni di particolare stallo nei cosiddetti 116 comuni critici - che risultano concentrati per oltre il 70% nelle regioni Piemonte, Lombardia e Liguria - dove la mancata intesa con enti come ANAS e amministrazioni provinciali impedisce l'attraversamento di infrastrutture esistenti. Inoltre, l'assenza di un'anagrafica centralizzata e precisa delle unità immobiliari ha costretto a continue revisioni dei target tecnici. Questa incertezza ha comportato la rimodulazione di migliaia di chilometri di rete rispetto ai progetti originari, rendendo instabile il perimetro finale dell'opera e trasformando il completamento dei lavori in un obiettivo in continuo divenire.
Le raccomandazioni della Corte dei Conti
Nelle sue conclusioni, la Corte ha formulato indirizzi precisi al MIMIT affinché la gestione residua del Piano rispetti rigorosamente il nuovo cronoprogramma, fissato per l’ultimo quadrimestre del 2026.
I magistrati contabili chiedono un'intensificazione ulteriore della vigilanza attraverso l'integrazione costante dei dati di monitoraggio fisico e finanziario, al fine di intercettare tempestivamente eventuali scostamenti e adottare immediati interventi correttivi.
Viene inoltre sottolineata l'importanza di risolvere il nodo delle penali: nonostante siano state comminate sanzioni per 80,3 milioni di euro a causa dei ritardi (di cui il 40% legato a ritardi nei collaudi), l'effettivo incameramento da parte dello Stato resta limitato a soli 2 milioni di euro a causa dell'elevato tasso di contenzioso legale promosso dal concessionario.
La Corte raccomanda quindi azioni più incisive per rendere effettive queste misure dissuasive, sollecitando un coordinamento più stretto con l’Avvocatura dello Stato per gestire i ricorsi. Infine, il Collegio invita il Ministero a esercitare una funzione di impulso e coordinamento verso gli altri soggetti istituzionali coinvolti, assicurando che le problematiche residue nei Comuni critici vengano superate senza ulteriori rinvii.
Perché non si può parlare di fallimento di Open Fiber
Nonostante le inadempienze contestate e il pesante regime sanzionatorio, l'analisi della Corte suggerisce che non sia corretto parlare di un'incapacità operativa assoluta del concessionario.
Il progetto si è scontrato con una sottostima iniziale della complessità morfologica italiana, che ha richiesto varianti progettuali in corso d'opera per migliaia di chilometri di rete, e con eventi esogeni straordinari, come la pandemia e lo shock dei prezzi energetici e delle materie prime (fibra e acciaio in primis).
La decisione dello Stato di rifinanziare il piano attraverso la revisione dei PEF e di confermare la fiducia a Open Fiber, pur inasprendo i termini contrattuali tramite l'innalzamento del massimale delle penali a 177,7 milioni di euro, dimostra che il soggetto è considerato l'unico interlocutore industriale in grado di completare l'opera senza ricorrere a risoluzioni contrattuali che comporterebbero anni di stallo giuridico.
Il patrimonio infrastrutturale finora realizzato rappresenta comunque un asset strategico senza precedenti per le aree rurali, e il nuovo termine del 2026 non è visto come una resa, ma come un atto di realismo industriale necessario per proteggere l'investimento pubblico già erogato (pari a oltre 1,5 miliardi di euro di pagamenti effettuati) ed evitare il blocco totale dei cantieri proprio nella fase finale del progetto.
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