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Il futuro delle Telco tra Digital Networks Act e sovranità UE: la sfida del mercato unico 2028

 

Photo credit: FASIUn mercato unico delle comunicazioni elettroniche per superare la frammentazione europea e una nuova spinta agli investimenti per garantire la sovranità tecnologica dell'UE. Sono le priorità emerse dall'evento "Shaping Horizons In Future Telecommunications", che ha riunito a Roma i vertici delle istituzioni europee e i protagonisti dell'industria Telco.

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Promossa da RESTART, il programma di ricerca finanziato dal PNRR che punta a rilanciare l'ecosistema delle telecomunicazioni nazionale, la plenaria di tre giorni in corso nella capitale rappresenta il momento di sintesi tra i risultati scientifici conseguiti e le ambizioni politiche di un continente che non può più permettersi di procedere a velocità ridotta. 

Il mercato unico delle TLC: la visione di Virkkunen e Letta

Il cuore politico del dibattito si è concentrato sulla necessità di un cambio di passo regolatorio non più procrastinabile. La risposta europea è il Digital Networks Act (DNA), citato dalla Vicepresidente della Commissione UE, Henna Virkkunen, che verrà presentato oggi, 20 gennaio dall’Esecutivo. Il DNA segna una rottura netta con il passato e la scelta di un regolamento immediatamente applicabile in tutta l'UE (anziché una direttiva) punta proprio a superare la frammentazione normativa che ha finora frenato gli investimenti e limitato la capacità dell'Europa di ridurre le proprie dipendenze strategiche.

Il nuovo regolamento si fonda su quattro pilastri cardine per far avanzare il mercato unico entro il 2028. Oltre ad un quadro normativo uniforme, garantito dallo strumento del regolamento, il piano introduce un vero mercato unico della connettività tramite il passaporto unico per gli operatori e un coordinamento rafforzato nell'assegnazione dello spettro radio e nella connettività satellitare a livello UE. Un pilastro riguarda la semplificazione e gli investimenti, per favorire il passaggio definitivo dal rame alla fibra e ridurre gli oneri amministrativi per liberare risorse. C'è poi il pilastro relativo a resilienza e sicurezza, che vengono elevate ad asset strategici, rafforzando la protezione delle catene di approvvigionamento senza duplicare obblighi esistenti. Infine, il pilastro su innovazione e IA, che garantisce chiarezza su servizi avanzati come il network slicing e la connettività a qualità garantita, incoraggiando la cooperazione nell'ecosistema digitale per supportare applicazioni industriali avanzate, pur preservando il principio dell'Internet aperto.

Questa rivoluzione normativa viene letta, secondo l'analisi geopolitica di Enrico Letta, dentro un quadro che vede nell'integrazione europea l'unico scudo possibile contro il declino tecnologico altrimenti inevitabile. Richiamando il suo rapporto sul Mercato Unico, Letta ha spiegato che la frammentazione attuale non è casuale, ma figlia della scelta politica degli anni '90 di mantenere le frontiere nazionali in tre settori macro-strategici - telecomunicazioni, energia e mercati finanziari - pensando che la dimensione domestica bastasse per competere. All'epoca, l'Europa godeva di una leadership indiscussa che ha drammaticamente perso nei decenni successivi per l'incapacità di operare su scala globale.

Letta ha quindi denunciato un errore storico: "dagli anni '90 in poi abbiamo considerato le telecomunicazioni solo come un settore per 'fare cassa' e risanare i bilanci pubblici", a differenza di USA e Asia che compivano uno scale-up senza precedenti come "giganti globali". L'Europa è rimasta ferma e divisa in 27 mercati inefficienti mentre crescevano colossi come Cina e India, perdendo una leadership che era indiscussa trent'anni fa. 

Oggi, secondo Letta, si è aperta una "finestra di opportunità unica", dettata dalle pressioni internazionali e le evidenti dipendenze tecnologiche che hanno reso l'indipendenza digitale - termine preferito a quello di sovranità - la prima priorità dell'agenda UE. "Non è più solo una sfida di competitività", ha sottolineato Letta, "ma di sicurezza". L'integrazione deve servire a coniugare connettività e difesa (si pensi ai droni o alla cybersecurity), armonizzando 27 sistemi che oggi sono autonomi e inefficienti. Letta ha citato gli esempi di Xi Jinping, impegnato nella costruzione del mercato unico cinese, e di Donald Trump con l'approccio "America First", sottolineando come l'UE debba ora fare lo stesso nei settori chiave, replicando il successo ottenuto in passato nell'industria aeronautica con Airbus. In questo contesto, Letta ha proposto provocatoriamente che le TLC, essendo asset critici, debbano essere sostenute anche attraverso le risorse a disposizione della Difesa Comune UE, superando la logica classica degli investimenti settoriali.

Richiamando il Consiglio Europeo del 23 ottobre 2025, Letta ha sottolineato l'importanza della scadenza del 2028. Proprio come il 1992 di Jacques Delors fu il termine per il completamento del mercato unico dei beni, il 2028 deve essere l'anno in cui i "left overs" tecnologici vengono finalmente integrati. Il timore espresso è che altre emergenze - come gli accadimenti in Groenlandia - possano distogliere l'attenzione da questo obiettivo vitale: l'integrazione dei mercati finanziari, dell'energia e delle TLC è la condizione essenziale per non restare piccoli e frammentati di fronte ai big mondiali.

Il punto di vista dei CEO: un’industria al bivio tra consolidamento e sovranità

Il panel dedicato ai leader industriali ha confermato una convergenza sostanziale sulle criticità del comparto, delineando un quadro in cui l'Europa è chiamata a scegliere tra il perseguire un consolidamento strategico o rassegnarsi a un declino strutturale. I vertici delle principali Telco italiane hanno proposto un’analisi profonda delle sfide regolatorie e tecnologiche necessarie per elevare la connettività da semplice "commodity" a vero asset di sovranità digitale.

Ad aprire il dibattito sul fronte delle criticità è stato Pietro Labriola, CEO di TIM, che ha denunciato l’insostenibile frammentazione del mercato continentale. Con oltre cento operatori attivi in Europa - contro i soli tre presenti in mercati scala come USA, Brasile o Cina - la capacità di investimento risulta polverizzata. Labriola ha sollevato con forza il tema del "fair share", evidenziando un profondo squilibrio nell'ecosistema, affermando che non è più tollerabile che gli operatori sostengano costi miliardari per le licenze (circa 7 miliardi solo per il 5G in Italia) e per l’aggiornamento delle reti, mentre i profitti generati dal traffico dati massivo (come lo streaming in 4K degli OTT) rimangono esclusivamente nelle mani delle Big Tech. A tal proposito, quindi, ha proposto di differenziare la regolamentazione tra investitori a lungo termine per le infrastrutture e attori a breve termine focalizzati sui servizi.

Sulla stessa linea, Gianluca Corti, Co-CEO di Wind Tre, ha tradotto la frammentazione in numeri significativi: negli ultimi 14 anni, il settore in Italia ha visto sfumare 14 miliardi di euro di ricavi. Con prezzi per gigabyte tra i più bassi al mondo, il ritorno sul capitale è diventato proibitivo. Secondo Corti, il consolidamento non è solo un'opzione finanziaria, ma l'unico modo per tornare a investire seriamente in tecnologie di rottura come il 5G Standalone, ambito in cui Wind Tre è già pioniera.

Il dibattito si è poi spostato sulle regole del gioco. Walter Renna, CEO di Fastweb e Vodafone Italia, ha accolto con favore le direzioni tracciate dal Digital Networks Act, in particolare l'ipotesi di licenze per le frequenze a tempo illimitato. Per Renna, la rimozione delle asimmetrie normative rispetto alle Big Tech e la certezza temporale sulle frequenze sono precondizioni essenziali per la pianificazione industriale di lungo periodo.

D’altro canto, Benedetto Levi, CEO di iliad Italia, pur non negando l'importanza del consolidamento, ha rivendicato il ruolo degli investimenti diretti (20 miliardi di euro in Europa in un decennio per il Gruppo). La strategia di iliad punta sulla resilienza e sull'autonomia. In particolare, controllando la rete "dalla A alla Z" e sviluppando software in-house per il 99%, l'operatore riduce le dipendenze dalle supply chain globali, garantendo infrastrutture sicure e pronte anche per impieghi strategici legati alla difesa.

Sul fronte dell'infrastruttura fissa, Giuseppe Gola, CEO di Open Fiber, ha ribadito che la rete in fibra è il presupposto della moderna cittadinanza digitale. Gola ha tracciato una roadmap precisa per lo switch-off della rete in rame, con una pianificazione nazionale definitiva entro il 2029 (quando la copertura in fibra raggiungerà il 95%) per arrivare allo spegnimento totale del vecchio network entro il 2035.

Infine, il panel ha esplorato il valore dei nuovi modelli di business "neutral host". Diego Galli, Direttore Generale di INWIT, ha illustrato come la condivisione delle infrastrutture (tower sharing) sia la chiave per abbattere i costi industriali e velocizzare la copertura. Galli ha citato il progetto Roma 5G come paradigma del futuro: la copertura integrale della metropolitana e di cento piazze storiche trasforma l'infrastruttura passiva in un pilastro tecnologico per le smart city, abilitando servizi avanzati che vanno ben oltre la semplice fonia mobile.

Italtel: l’innovazione tecnologica al servizio della sovranità digitale

In questo complesso scenario di trasformazione, aziende come Italtel giocano un ruolo chiave nello sviluppo delle tecnologie abilitanti, confermandosi attori strategici per la transizione verso un ecosistema europeo che sia, al contempo, più competitivo, resiliente e autonomo. La partecipazione di Italtel al programma RESTART non è stata solo una collaborazione tecnica, ma un impegno sistemico.

Pietro Urbano Mimmo, Head of Large Projects & Strategic Alliances di Italtel, ha evidenziato come il lavoro fianco a fianco con i grandi operatori Telco e le eccellenze accademiche abbia permesso all'azienda di essere "parte attiva del più grande progetto europeo per l’innovazione delle reti di telecomunicazioni, contribuendo allo sviluppo di reti più intelligenti, programmabili e pronte a sostenere nuovi modelli di servizio e di business". Questo sforzo si è concretizzato in due direttrici d'avanguardia che rispondono direttamente alle sfide poste dal futuro Digital Networks Act (DNA):

  • il Progetto SUPER, focalizzato sull'evoluzione delle reti verso modelli aperti e interamente definiti dal software (software-defined). Questo approccio permette di estendere l'automazione anche alle componenti più critiche, come la RAN e il Core, rendendo le infrastrutture estremamente flessibili e pronte a ospitare servizi personalizzati in tempo reale;
  • il Progetto WatchEDGE, che introduce architetture di edge computing avanzate. L'obiettivo è supportare l'intelligenza artificiale distribuita, portando la capacità di calcolo vicino a dove il dato viene generato. Le applicazioni sono concrete e immediate, spaziando dal monitoraggio ambientale intelligente alla gestione avanzata del territorio.

Il passaggio dalla fase di sperimentazione a quella industriale rappresenta, secondo Mimmo, il vero spartiacque per il settore. "Ora la sfida è scalare le innovazioni in progetti concreti", ha dichiarato, sottolineando la necessità di fare fronte comune a livello nazionale ed europeo per contrastare una competizione globale sempre più aggressiva. L'obiettivo è superare la pura ricerca per approdare a modelli di business maturi, capaci di sostenere concretamente la sovranità tecnologica dell'Unione. L'azienda punta dunque sulla creazione di reti agili e intelligenti, in grado di integrare cloud e IA

Il bilancio di RESTART: un'eredità strutturale per il post-PNRR

Il programma RESTART (RESearch and innovation on future Telecommunications systems and networks, to make Italy more smart), avviato nel 2023 con uno stanziamento di 116 milioni di euro dal PNRR, si è affermato come la più vasta iniziativa di ricerca e sviluppo pubblico-privata mai realizzata in Italia nelle telecomunicazioni. Il progetto non si è limitato alla ricerca accademica, ma ha costruito un ecosistema strutturato per trasformare i risultati scientifici in valore concreto attraverso il trasferimento tecnologico e il supporto a startup e spin-off.

Giunto alla sua fase conclusiva, RESTART ha dimostrato una capacità di aggregazione senza precedenti:

  • dai 25 partner iniziali si è giunti a 135 partner distribuiti su tutto il territorio nazionale, includendo università, operatori, vendor e integratori; 
  • assunzione e formazione di 435 giovani ricercatori
  • messa a terra di 32 progetti di ricerca, 6 istituzioni di supporto e 8 laboratori innovativi, generando prototipi e proof-of-concept pronti per l'applicazione industriale.

La visione di RESTART è stata pienamente sposata dalle istituzioni europee. La Vicepresidente della Commissione UE, Henna Virkkunen, ha indicato il programma come "esempio estremamente efficace di come investimenti mirati, realizzati nell’ambito del Dispositivo per la ripresa e la resilienza, possano rafforzare la base tecnologica dell’Europa". Secondo la Vicepresidente, riunendo università, operatori, imprese e giovani ricercatori, "il programma ha contribuito a rilanciare l’ecosistema italiano delle telecomunicazioni, offrendo al contempo analisi e capacità di visione di grande valore per il dibattito europeo”. Inoltre, è stato sottolineato come il programma incarni perfettamente lo spirito del DNA europeo, orientato verso la costruzione di infrastrutture competitive e resilienti.

In ambito nazionale, il Ministro delle Infrastrutture e del Made in Italy, Adolfo Urso ha proiettato i risultati di RESTART oltre la ricerca tradizionale, identificandoli come pilastri della sicurezza nazionale. Le "nuove frontiere" tracciate dal programma includono lo sviluppo del 6G, l’integrazione nativa tra reti terrestri e satellitari e la protezione delle infrastrutture critiche, come i cavi sottomarini. In questa visione, le telecomunicazioni diventano il perno attorno a cui ruotano le strategie per l’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche e l'attrazione di investimenti internazionali nei data center.

Parallelamente, Fabrizio Cobis (MUR) ha evidenziato come il programma sia un successo amministrativo senza precedenti, affermando che "a pochi mesi dalla conclusione, il programma ha impegnato efficacemente tutte le risorse, creando un patrimonio di competenze che deve ora sopravvivere alla fine dei fondi PNRR". L'obiettivo è consolidare una massa critica che valorizzi l'esperienza di collaborazione tra pubblico e privato, disegnando percorsi che uniscano programmi nazionali e iniziative europee.

In questo scenario, Nicola Blefari Melazzi, Presidente della Fondazione RESTART, ha sottolineato come la sfida si sia spostata dal laboratorio al mercato globale. La chiave di volta è la creazione di una "intelligenza di rete". L'obiettivo non è più usare l’IA solo per ottimizzare i costi interni, ma integrarla profondamente con il cloud e i terminali per sviluppare applicazioni industriali avanzate. Questa evoluzione è l’unica strada percorribile per gli operatori per evitare la "commoditizzazione", ovvero il rischio di ridursi a semplici fornitori di connettività a basso margine a beneficio dei giganti OTT.

A confermare il valore scientifico del programma è il White Paper "A Techno-Economic View of the Future Telecommunications". In base alla fotografia fornita dallo studio, l’ecosistema TLC europeo vale oggi 1.142 miliardi di euro. Tuttavia, la crescita non è uniforme: mentre i servizi di connettività tradizionale segnano il passo, le tecnologie abilitanti come Cloud e IA registrano un balzo del +14,2%. Questi dati tracciano la rotta per gli investimenti futuri, poiché il successo dell'Europa nel post-PNRR dipenderà dalla capacità di spostare il baricentro del valore verso questi segmenti ad alta crescita, garantendo al contempo che l'infrastruttura sottostante sia solida, sicura e sovrana.

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