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ETS, Hoekstra: riforma del sistema sulle quote di CO2 entro luglio

 

Foto di Alexey da UnsplashA margine del Consiglio Ambiente del 17 marzo, il commissario per il Clima, Wopke Hoekstra, ha ribadito l’importanza del sistema di scambio di quote di emissioni (ETS), che da un mese circa è al centro di un vivace dibattito tra chi lo difende e chi, come l’Italia, ne chiede una sospensione temporanea per alcuni settori. 

CBAM: in Gazzetta la revisione della carbon tax dell'UE

Durante la riunione dei ministri dell'Ambiente, il commissario UE per il clima ha anche fornito maggiori dettagli sulla tabella di marcia per attuare la revisione dell’Emissions Trading System (ETS), che dovrebbe essere completata secondo Hoekstra entro fine luglio

La discussione sul sistema di scambio di quote di emissioni di CO2, così come sulla carbon tax europea (Carbon Border Adjustment Mechanism - CBAM), si è intensificata da settimane ormai, con l’Italia tra i promotori di una riforma radicale dei due meccanismi al fine di tutelare la competitività dell’industria dell’UE e altri paesi europei schierati in difesa dell'ETS. Per la Commissione, ha dichiarato oggi il commissario Hoekstra, si tratta di uno strumento “cruciale per la politica climatica”.

Italia e altri dieci paesi chiedono revisione ETS

Negli ultimi mesi, a Bruxelles si è andato consolidando sempre di più un asse di undici Paesi - tra cui l'Italia - riuniti nel gruppo dei “Friends of Industry”, che chiedono un intervento strutturale sull’ETS

E’ in tale contesto che il ministro Urso lo scorso 26 febbraio ha definito il sistema ETS come “una tassa aggiuntiva” che grava sulle imprese energivore, comprimendone i margini e favorendo la delocalizzazione verso Paesi con regole ambientali meno stringenti (fenomeno noto come “carbon leakage”). 

Una posizione ribadita nei giorni scorsi da Giorgia Meloni, che ha rilanciato la proposta di sospendere temporaneamente l’ETS sulla produzione elettrica, soffermandosi anche sulla necessità di rivedere alcune criticità del sistema, come la volatilità del prezzo della CO2, la proroga delle assegnazioni delle quote gratuite per le imprese energivore (che interessano alcuni dei settori chiave dell’industria italiana, come quella siderurgica) e la relazione fra ETS e sistema elettrico dell’UE.

Anche il ministro dell’Ambiente italiano, Pichetto Fratin, durante un question time alla Camera dell'11 marzo ha dichiarato che, a fronte dell’aumento del prezzo del gas, tra “le azioni che si possono intraprendere sul fronte energetico” sembra “ancora più importante trovare una modalità per sterilizzare l’effetto dell’ETS sul termoelettrico sul prezzo dell’energia elettrica”. Una posizione che ha confermato anche ieri, 16 marzo, a margine del Consiglio Energia dell’UE. 

L’ETS, nato nel 2005, si fonda - lo ricordiamo - su un meccanismo “cap and trade” in base al quale l’Unione stabilisce un tetto massimo alle emissioni complessive nei settori coperti (al momento energia, industria manifatturiera, aviazione e, più recentemente, trasporto marittimo) che si riduce progressivamente nel tempo. In base al meccanismo, le imprese devono restituire annualmente un numero di quote pari alle proprie emissioni verificate. Quote che possono essere acquistate o vendute sul mercato. 

Secondo l’Italia e gli altri “Friends of Industry”, la recente dinamica dell’innalzamento dei prezzi della CO2, che a gennaio hanno superato i 90 euro per tonnellata, unitamente alla volatilità del mercato, avrebbero inciso in modo significativo sulle bollette dei consumatori privati e sui costi di produzione delle imprese, in particolare nei settori chimico e siderurgico. Da qui la richiesta di intervenire su alcune condizioni abilitanti specifiche del meccanismo rivedendo:

  • i parametri di riferimento (“benchmark”) per l’assegnazione delle quote;
  • il mantenimento temporaneo delle quote gratuite per i comparti più esposti;
  • i meccanismi di stabilizzazione del mercato, che andrebbero secondo loro rafforzati.

Il fronte favorevole alla riforma del sistema, però, si è spinto anche oltre, chiedendo di considerare addirittura una sospensione tecnica del sistema in attesa della riforma, prevista per l’estate 2026

Il fronte pro-ETS, la posizione di von der Leyen e Hoekstra e il non paper di otto Paesi UE

In Europa c’è, tuttavia, chi anche chi difende il mantenimento (anche solo parziale) dell’attuale assetto del meccanismo, rivendicando principalmente la necessità di preservare la stabilità regolatoria, considerata essenziale per orientare le decisioni di investimento nel medio-lungo periodo.

A chiedere prudenza, ad esempio, il ministro dell’industria francese, Sébastien Martin, secondo cui l'ETS "ha senza dubbio una serie di punti che meritano di essere ridiscussi. In particolare, va messo in parallelo con la tassa sul carbonio alle frontiere, che deve essere più completa”, ma “far saltare tutto, non è la posizione della Francia”. 

Lo scorso mese sono intervenuti sul tema anche il vicepresidente della Commissione per la strategia industriale, Stéphane Sejourné, e la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen. Sejourné ha riconosciuto l’esigenza di riflettere sul funzionamento del sistema, sottolineando tuttavia che i proventi dell’ETS dovrebbero in realtà essere percepiti come leva per investimenti in decarbonizzazione e modernizzazione industriale e non come uno “strumento di tassazione”.  Von der Leyen, invece, già nel suo discorso di apertura al Summit europeo dell’industria di Anversa dell’11 febbraio, aveva evidenziato come fosse necessario “convogliare più risorse dal nostro sistema di scambio di quote di emissione (ETS) verso i vostri settori industriali". "So che c'è molto dibattito", aveva affermato la presidente, ricordando però che "l'ETS porta chiari benefici. Dalla sua introduzione nel 2005, le emissioni sono diminuite del 39%, mentre l'economia nei settori coperti dall'ETS è cresciuta del 71%. Questo dimostra che decarbonizzazione e competitività possono andare di pari passo, e i ricavi dell'ETS sono stati generati per oltre 260 miliardi di euro dal 2005”.

“Tuttavia, gli Stati membri investono meno del 5% dei ricavi dell'ETS nella decarbonizzazione industriale", ha sottolineato von der Leyen, invitando i 27 a farsi avanti per reinvestire maggiori entrate ETS verso l’industria nell’ambito della prossima riforma del sistema. Una posizione che la presidente dell’Esecutivo UE ha confermato anche l’11 marzo, durante la plenaria del PE in vista del Consiglio del 19-20 marzo, e in una lettera datata 16 marzo indirizzata ai capi di Stato dell’UE in cui ha ribadito che l’ETS è uno strumento centrale per l’Unione, sebbene vada sicuramente modernizzato

Per approfondire: Consiglio europeo, von der Leyen: spinta su revisione ETS contro caro energia

In difesa dell’Emissions Trading System si è espresso anche il commissario Hoekstra, che ha sottolineato che l’Unione è al lavoro “per assicurarci che ci occupiamo innanzitutto, nei prossimi due mesi, del meccanismo di stabilità e del benchmark e che la revisione avvenga alla fine del secondo trimestre o all’’inizio del terzo”. Sebbene questa sia la tabella di marcia immaginata da Bruxelles, il commissario ha anche aggiunto che i tempi potrebbero tuttavia variare vista la dilagante incertezza geopolitica che detta le priorità politiche dell’Europa. 

La settimana scorsa, infine, con un non paper ad hoc in difesa dell'ETS, otto paesi (Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo) hanno dichiarato che “apportare modifiche fondamentali, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo costituirebbe un passo indietro molto preoccupante, non solo in termini di ambizione climatica, ma anche perché indebolirebbe i segnali di prezzo del carbonio, che sostengono investimenti e stabilità del mercato”. Secondo gli otto Stati membri, inoltre, l’ETS “è essenziale per fornire i segnali necessari a rafforzare l’industria europea e guidare la decarbonizzazione e la reindustrializzazione basate su fonti energetiche domestiche, pulite e accessibili, garantendo al contempo la sicurezza economica”.

Per i Paesi firmatari, dato che l’industria e i mercati energetici dell’UE hanno bisogno di un quadro normativo stabile capace di orientare gli investimenti, “la stabilità dell’ETS, come strumento di prezzo del carbonio, è fondamentale per attrarre capitali e offrire visibilità di lungo periodo ai settori industriali”. Infine, gli otto Paesi UE sostengono che, siccome l’ETS si è dimostrato ad oggi “uno strumento efficiente ed economicamente sostenibile che si è evoluto nel tempo” e che consente alle imprese flessibilità nel conseguimento degli obiettivi climatici, modificarlo profondamente o congelarlo “distorcerebbe le condizioni di concorrenza e penalizzerebbe chi ha già investito nella decarbonizzazione e rallenterebbe nuovi investimenti”. Pertanto, si legge nel documento, andrebbero introdotti solo “eventuali aggiustamenti mirati, che contribuiscano a preservarne la stabilità nei periodi di volatilità senza comprometterne gli obiettivi”.

Critiche ETS, le preoccupazioni della comunità scientifica

Di natura opposta a quella dei Friends of Industry è anche la posizione della comunità scientifica, almeno nel nostro Paese. Lo scorso 25 febbraio, infatti, 150 scienziati ed economisti italiani hanno sottoscritto una lettera aperta indirizzata alla premier Meloni esprimendo preoccupazione in merito all’ipotesi di indebolimento dei principali strumenti europei di decarbonizzazione

Secondo gli scienziati, infatti, l’ETS ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni nei settori regolati e rappresenta uno strumento efficace per internalizzare il costo ambientale della CO₂, incentivando innovazione e transizione tecnologica. Di fronte all’innalzamento delle temperature e all’aumento degli eventi climatici estremi, inoltre, accanto alle politiche di adattamento la mitigazione delle emissioni è una componente imprescindibile. Peraltro, secondo i firmatari, un rallentamento del percorso di decarbonizzazione potrebbe esporre il sistema produttivo a rischi industriali e finanziari nel medio periodo, danneggiando proprio la competitività dell’industria europea.

Per approfondire, leggi la lettera degli scienziati italiani sulla revisione ETS dal titolo "Niente di più miope che attaccare il sistema ETS mentre l’Italia frana"

Le criticità del CBAM

Strettamente connesso al dibattito sull’ETS è anche il funzionamento del CBAM, il meccanismo che prevede che determinate categorie di beni importati (tra cui acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio e idrogeno) siano soggette ad un prezzo del carbonio equivalente a quello sostenuto dai produttori europei nell’ambito dell’Emissions Trading System. 

Il CBAM, che è appena passato dalla fase “transitoria” a quella “definitiva” (iniziata il 1° gennaio 2026), sarà pienamente operativo nei prossimi anni. La critica principale al funzionamento attuale del meccanismo è che la carbon tax si applica alle importazioni nell’UE ma non prevede un meccanismo di compensazione per i produttori europei che esportano verso Paesi terzi privi di un prezzo del carbonio analogo. In tale contesto, con la progressiva eliminazione delle quote gratuite nell’ambito dell’ETS, le imprese dell’UE rischiano di sostenere un costo del carbonio pieno senza poterlo recuperare nei mercati extra-UE. 

Secondo i Friends of Industry e chi li sostiene, dunque, il sistema non sarebbe ancora in grado di compensare integralmente l’esposizione delle aziende europee sui mercati internazionali. L’auspicio di chi è a favore della revisione è dunque quello che sia garantita una maggiore coerenza tra ETS e CBAM, al fine di evitare sovrapposizioni o lacune applicative. 

Il nodo dell’ETS nel DL Bollette

Parallelamente alle tensioni emerse a livello UE sul funzionamento di ETS e CBAM, vale la pena ricordare anche il recente intervento normativo del governo italiano nell’ambito del DL Bollette (o DL Energia), una misura che rispecchia la posizione dell’Italia espressa in sede europea rispetto alla necessità di alleggerire gli oneri dell’ETS sulle imprese.

In pratica l’intervento dell’esecutivo italiano prevede, a partire dal 2027, un meccanismo di rimborso a favore dei produttori termoelettrici alimentati a gas naturale relativo sia al differenziale di prezzo del combustibile, sia alla componente riconducibile ai costi per l’acquisto delle quote ETS, disciplinate dalla Direttiva 2003/87/CE. 

Tale misura implicherebbe, quindi, uno scorporamento della componente ETS dal costo variabile della generazione elettrica a gas al fine di contenere, da un lato, i prezzi dell’energia all’ingrosso con benefici indiretti sulle bollette dei consumatori finali e, dall’altro, di attenuare l’impatto dei costi della CO2 su un sistema elettrico (come è quello italiano) in cui la generazione a gas ha ancora un peso significativo nella formazione del prezzo marginale. 

Questo recente intervento normativo ha già attirato diverse polemiche, sia sotto il profilo ambientale che regolatorio. Sul piano ambientale, diverse organizzazioni hanno evidenziato che neutralizzare, anche parzialmente, il costo della CO₂ nella formazione del prezzo dell’energia attenuerebbe il segnale economico alla base dell’ETS. Il principio cardine del sistema, “chi inquina paga”, verrebbe quindi indebolito, riducendo l’incentivo a investire in tecnologie a minore intensità emissiva. Sul piano regolatorio, invece, lo scorporo modificherebbe il costo variabile della generazione a gas, incidendo sull’ordine di merito e potenzialmente alterando la corretta formazione dei prezzi. 

L'intervento sull’ETS nel DL Bollette dovrà comunque ora passare il vaglio della Commissione Europea, che deve valutare la misura sotto il profilo della disciplina sugli aiuti di Stato. La sua approvazione dipenderà dalla compatibilità con il mercato interno e con il quadro normativo climatico dell’UE.  

Leggi anche: Market stability reserve: il Consiglio sostiene un avvio più graduale dell'ETS2

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