ETS e CBAM sotto attacco: il confronto UE tra competitività e net zero
Da settimane, ormai, il dibattito sull’Emissions Trading System (ETS), il sistema UE di scambio delle quote di emissioni GHG, e sul Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), la carbon tax europea, si è intensificato, con l’Italia che si è schierata tra i promotori di una riforma radicale dei due meccanismi al fine di tutelare la competitività dell’industria europea.
CBAM: in Gazzetta la revisione della carbon tax dell'UE
L’ultimo rappresentante del governo Meloni ad essere intervenuto sul tema è stato il ministro MIMIT Adolfo Urso a margine del Consiglio Competitività tenutosi oggi a Bruxelles. Nel suo discorso, il ministro ha sostenuto la necessità di una revisione sostanziale dell’EU ETS e del CBAM, ritenendo che il funzionamento attuale determini un aggravio dei costi per le imprese energivore europee.
Lo scorso 12 febbraio durante il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, anche la premier italiana, Giorgia Meloni, forte anche dell’appoggio di Confindustria, aveva posto al centro delle priorità dell’UE la necessità di attuare una profonda revisione del sistema ETS e del Carbon Border Adjustment Mechanism, il cui scopo è tutelare la concorrenza delle aziende europee rispetto alle importazioni da altri mercati con regole ambientali meno rigorose.
Il fronte per la revisione dell’ETS
Negli ultimi mesi, a Bruxelles si è andato consolidando sempre di più un asse di undici Paesi - tra cui Italia, Germania, Francia, Polonia e Spagna - riuniti nel gruppo dei “Friends of Industry”, che chiedono un intervento strutturale sull’ETS.
E’ in tale contesto che il ministro delle Imprese e del Made in Italy ha definito in queste ore il sistema ETS come “una tassa aggiuntiva” che grava sulle imprese energivore, comprimendone i margini e favorendo la delocalizzazione verso Paesi con regole ambientali meno stringenti (fenomeno noto come “carbon leakage”). “Chiederemo alla Commissione europea la sospensione fino a una sua profonda revisione che intervenga sui parametri di riferimento delle emissioni e sui meccanismi di assegnazione delle quote, incluso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite”, ha dichiarato Urso durante il confronto.
L’ETS, nato nel 2005, si fonda - lo ricordiamo - su un meccanismo “cap and trade” in base al quale l’Unione stabilisce un tetto massimo alle emissioni complessive nei settori coperti (al momento energia, industria manifatturiera, aviazione e, più recentemente, trasporto marittimo) che si riduce progressivamente nel tempo. In base al meccanismo, le imprese devono restituire annualmente un numero di quote pari alle proprie emissioni verificate. Quote che possono essere acquistate o vendute sul mercato.
Secondo l’Italia e gli altri “Friends of Industry”, la recente dinamica dell’innalzamento dei prezzi della CO2, che a gennaio hanno superato i 90 euro per tonnellata, unitamente alla volatilità del mercato, avrebbero inciso in modo significativo sulle bollette dei consumatori privati e sui costi di produzione delle imprese, in particolare nei settori chimico e siderurgico. Da qui la richiesta di intervenire su alcune condizioni abilitanti specifiche del meccanismo rivedendo:
- i parametri di riferimento (“benchmark”) per l’assegnazione delle quote;
- il mantenimento temporaneo delle quote gratuite per i comparti più esposti;
- i meccanismi di stabilizzazione del mercato, che andrebbero secondo loro rafforzati.
Il fronte favorevole alla riforma del sistema, però, si è spinto anche oltre, chiedendo di considerare addirittura una sospensione tecnica del sistema in attesa della riforma, prevista per l’estate 2026.
In Europa c’è, tuttavia, chi ancora difende il mantenimento (anche solo parziale) dell’attuale assetto del meccanismo, rivendicando principalmente la necessità di preservare la stabilità regolatoria, considerata essenziale per orientare le decisioni di investimento nel medio-lungo periodo. Ad esempio, il ministro dell’industria francese Sébastien Martin ha evidenziato che sull’ETS, a suo avviso, è “necessario essere prudenti", L'ETS, ha sottolineato Martin, "ha senza dubbio una serie di punti che meritano di essere ridiscussi. In particolare, va messo in parallelo con la tassa sul carbonio alle frontiere, che deve essere più completa”, aggiungendo però che “da qui a far saltare tutto, non è la posizione della Francia”.
A placare gli animi per invocare un approccio comune alla riflessione sulla revisione del sistema è stato il vicepresidente della Commissione per la strategie industriale, Stéphane Sejourné che, intervenendo al Consiglio Competitività di oggi, ha riconosciuto da un lato l’esigenza di riflettere sul funzionamento del sistema, sottolineando tuttavia che i proventi dell’ETS dovrebbero in realtà essere percepiti come leva per investimenti in decarbonizzazione e modernizzazione industriale e non come uno “strumento di tassazione”. In tal senso, secondo Sejourné il sistema va ridiscusso nell’ambito della riforma della prossima estate. "Credo in questo strumento, ma penso che lo stiamo mettendo in difficoltà, se non serve e non dimostra la sua efficacia nella modernizzazione delle nostre industrie pesanti", ha aggiunto il viceministro della Commissione per la strategia industriale.
Le criticità del CBAM
Strettamente connesso al dibattito sull’ETS è anche il funzionamento del CBAM, il meccanismo che prevede che determinate categorie di beni importati (tra cui acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio e idrogeno) siano soggette ad un prezzo del carbonio equivalente a quello sostenuto dai produttori europei nell’ambito dell’Emissions Trading System.
Il CBAM, che è appena passato dalla fase “transitoria” a quella “definitiva” (iniziata il 1° gennaio 2026), sarà pienamente operativo nei prossimi anni. La critica principale al funzionamento attuale del meccanismo è che dal momento che la carbon tax si applica alle importazioni nell’Unione ma non prevede un meccanismo di compensazione per i produttori europei che esportano verso Paesi terzi privi di un prezzo del carbonio analogo, con la progressiva eliminazione delle quote gratuite nell’ambito dell’ETS, le imprese dell’UE rischiano di sostenere un costo del carbonio pieno senza poterlo recuperare nei mercati extra-UE.
Secondo i Friends of Industry e chi li sostiene, dunque, il sistema non sarebbe ancora in grado di compensare integralmente l’esposizione delle aziende europee sui mercati internazionali. L’auspicio di chi è a favore della revisione è che sia garantita una maggiore coerenza tra ETS e CBAM, al fine di evitare sovrapposizioni o lacune applicative.
Critiche ETS e CBAM, le preoccupazioni della comunità scientifica
Di natura opposta a quella dei Friends of Industry è la posizione della comunità scientifica, almeno nel nostro Paese. Proprio ieri, infatti, 150 scienziati ed economisti italiani hanno sottoscritto una lettera aperta indirizzata alla premier Meloni esprimendo preoccupazione in merito all’ipotesi di indebolimento dei principali strumenti europei di decarbonizzazione.
Secondo gli scienziati, infatti, l’ETS ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni nei settori regolati e rappresenta uno strumento efficace per internalizzare il costo ambientale della CO₂, incentivando innovazione e transizione tecnologica. Di fronte all’innalzamento delle temperature e all’aumento degli eventi climatici estremi, inoltre, accanto alle politiche di adattamento la mitigazione delle emissioni è una componente imprescindibile. Peraltro, secondo i firmatari, un rallentamento del percorso di decarbonizzazione potrebbe esporre il sistema produttivo a rischi industriali e finanziari nel medio periodo, danneggiando proprio la competitività dell’industria europea.
Il nodo dell’ETS nel DL Bollette
Parallelamente alle tensioni emerse a livello UE sul funzionamento di ETS e CBAM, vale la pena ricordare anche un recente intervento normativo del governo italiano nell’ambito del DL Bollette (o DL Energia), una misura che rispecchia la posizione dell’Italia espressa in sede europea rispetto alla necessità di alleggerire gli oneri dell’ETS sulle imprese.
In pratica, l’intervento dell’esecutivo italiano prevede, a partire dal 2027, un meccanismo di rimborso a favore dei produttori termoelettrici alimentati a gas naturale relativo sia al differenziale di prezzo del combustibile, sia alla componente riconducibile ai costi per l’acquisto delle quote ETS, disciplinate dalla Direttiva 2003/87/CE.
Tale misura implicherebbe, quindi, uno scorporamento della componente ETS dal costo variabile della generazione elettrica a gas al fine di contenere, da un lato, i prezzi dell’energia all’ingrosso con benefici indiretti sulle bollette dei consumatori finali e, dall’altro, di attenuare l’impatto dei costi della CO2 su un sistema elettrico (come è quello italiano) in cui la generazione a gas ha ancora un peso significativo nella formazione del prezzo marginale.
Questo recente intervento normativo ha già attirato diverse polemiche, sia sotto il profilo ambientale che regolatorio. Sul piano ambientale, diverse organizzazioni hanno evidenziato che neutralizzare, anche parzialmente, il costo della CO₂ nella formazione del prezzo dell’energia attenuerebbe il segnale economico alla base dell’ETS. Il principio cardine del sistema, “chi inquina paga”, verrebbe quindi indebolito, riducendo l’incentivo a investire in tecnologie a minore intensità emissiva. Sul piano regolatorio, invece, lo scorporo modificherebbe il costo variabile della generazione a gas, incidendo sull’ordine di merito e potenzialmente alterando la corretta formazione dei prezzi.
L'intervento sull’ETS nel DL Bollette dovrà comunque ora passare il vaglio della Commissione Europea, che deve valutare la misura sotto il profilo della disciplina sugli aiuti di Stato. La sua approvazione dipenderà dalla compatibilità con il mercato interno e con il quadro normativo climatico dell’UE.
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