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Linee guida formazione finanziata: intervista a Giovanni Galvan, esperto di Fondi interprofessionali

 

Giovanni Galvan, esperto Fondi InterprofessionaliMaggiori risorse da gestire, più regole e limitazioni alla mobilità delle imprese. Sono alcune delle novità previste dalle nuove Linee Guida in materia di formazione finanziata di cui abbiamo parlato in un'intervista con Giovanni Galvan, esperto di Fondi inteprofessionali. 

Gli incentivi per le imprese nella Manovra 2026 

All'inizio dell'anno il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha pubblicato il Decreto Direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026 che adotta le "Linee Guida in materia di attivazione, funzionamento e vigilanza dei fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua di cui all’articolo 118 della legge 23 dicembre 2000 n. 388".

Le nuove Linee Guida - al momento in fase di modifica - vanno a sostituire le "Linee Guida sulla gestione delle risorse finanziarie attribuite ai fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua di cui all’articolo 118 della legge 23 dicembre 2000 n. 388" contenute nella Circolare ANPAL n. 1 del 10 aprile 2018.

Per capire in che modo le nuove regole andranno a modificare il panorama della formazione finanziata abbiamo intervistato Giovanni Galvan, esperto di Fondi Inteprofessionali.

Tra le principali novità introdotte dal Decreto Direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026 spicca la possibilità per i Fondi interprofessionali di gestire risorse integrative e complementari, sia di origine pubblica che privata, oltre al tradizionale contributo dello 0,30% INPS. Che impatto avrà questa disposizione sulla gestione finanziaria dei Fondi? E sulla gestione dei fondi UE?

Tra le principali innovazioni introdotte dal Decreto direttoriale n. 8 del 9 gennaio 2026, che adotta le nuove Linee guida in materia di attivazione, funzionamento e vigilanza dei Fondi paritetici interprofessionali, spicca una disposizione destinata a incidere in modo strutturale sull’assetto del sistema: la possibilità per i Fondi di gestire risorse integrative e complementari, di origine pubblica o privata, oltre al tradizionale contributo dello 0,30% INPS.

Una scelta che rafforza il ruolo dei Fondi nell’architettura delle politiche per le competenze, ma che al tempo stesso apre una nuova fase, caratterizzata da maggiore complessità finanziaria, nuovi obblighi di controllo e una crescente interazione con la programmazione europea.

Storicamente, la gestione finanziaria dei Fondi interprofessionali è stata quasi interamente fondata sul gettito dello 0,30% obbligatorio, raccolto dall’INPS e vincolato per legge al finanziamento della formazione continua. Il Decreto n. 8-2026 supera implicitamente questa impostazione, riconoscendo e regolando in modo organico la pluralità di fonti che oggi possono concorrere alle attività dei Fondi.

Le Linee guida distinguono con chiarezza tre categorie: risorse integrative, pubbliche o private, assimilate al gettito INPS per finalità, programmazione e gestione; risorse complementari, destinate ad ampliare l’offerta formativa o di politica attiva, soggette a regimi differenziati; apporti finanziari esterni (donazioni ed erogazioni liberali).

Questa impostazione segna il passaggio dei Fondi da gestori di una contribuzione vincolata a operatori di politiche pubbliche plurifondo, chiamati a garantire coerenza, tracciabilità e sostenibilità finanziaria in un contesto più articolato.

Sul piano della governance finanziaria, l’impatto è rilevante sotto almeno quattro profili:

  1. cresce la responsabilità gestionale. Le risorse integrative concorrono al calcolo degli indici di operatività e delle soglie di funzionamento, incidendo direttamente sul mantenimento dell’autorizzazione ministeriale. Ciò impone ai Fondi una pianificazione più rigorosa, basata su previsioni pluriennali e su una maggiore capacità di assorbimento delle risorse.
  2. aumenta la complessità contabile. Le Linee guida introducono l’obbligo di contabilità separata per ciascuna fonte di finanziamento, con criteri chiari di imputazione dei costi e il divieto assoluto di doppio finanziamento. La funzione amministrativo-contabile diventa così un asset strategico, non più un mero adempimento.
  3. si rafforza il presidio del rischio. L’estensione delle fonti finanziarie rende ancora più centrale il Fondo economie di gestione e rischi (FEGR), che assume il ruolo di strumento di stabilizzazione in un contesto più esposto a verifiche e recuperi.
  4. cresce l’intensità della vigilanza. Le risorse integrative sono sottoposte pienamente al sistema di controllo ministeriale, mentre anche per le risorse complementari pubbliche è prevista una vigilanza mirata alla compatibilità con le finalità statutarie.

In sintesi, la leva finanziaria si amplia, ma solo a fronte di standard più elevati di affidabilità, trasparenza e capacità amministrativa.

La possibilità di gestire risorse aggiuntive incide in modo significativo anche sul rapporto tra Fondi interprofessionali e finanziamenti europei.

Le Linee guida riconoscono implicitamente i Fondi come soggetti potenzialmente idonei a operare nell’attuazione di politiche cofinanziate, in particolare nell’ambito di: Fondo sociale europeo Plus (FSE+); iniziative nazionali finanziate con risorse UE; programmi sperimentali su competenze, transizioni e politiche attive.

Tuttavia, la gestione di fondi UE non avviene per assimilazione automatica: le risorse europee rientrano nella categoria delle risorse complementari di provenienza pubblica e restano soggette alle regole previste dagli atti di assegnazione, incluse quelle su ammissibilità della spesa, controlli multilivello e tracciabilità rafforzata. Questo comporta una conseguenza chiave: i Fondi non possono limitarsi a “replicare” i propri modelli interni, ma devono essere in grado di integrare procedure europee, nazionali e regolamentari in un unico sistema coerente.

In prospettiva, si apre uno spazio importante per l’utilizzo dei Fondi come ponti operativi tra programmazione europea e fabbisogni delle imprese, ma solo per quegli enti che dimostreranno maturità organizzativa e solidità gestionale.

L’apertura alla gestione di risorse integrative e complementari non è neutra: essa introduce una dinamica fortemente selettiva nel sistema dei Fondi. Da un lato, i Fondi più strutturati potranno ampliare la propria missione, intercettare nuove linee di finanziamento, rafforzare il proprio ruolo nelle politiche attive e nella formazione per le transizioni. Dall’altro, i Fondi meno attrezzati sul piano amministrativo e dei controlli potrebbero trovarsi in difficoltà, esposti a rischi di non conformità e a maggiori oneri di vigilanza.

Il messaggio del Decreto n. 8-2026 è chiaro: più risorse significano più responsabilità, non solo finanziarie ma anche istituzionali.

Il successo di questa trasformazione dipenderà dalla capacità dei Fondi di investire in governance, digitalizzazione, competenze amministrative e cultura del controllo. Solo così l’apertura ai fondi integrativi – e in particolare ai fondi UE – potrà tradursi in un reale aumento dell’impatto della formazione continua su imprese, lavoratori e territori.

Le nuove Linee Guida prevedono per il conto individuale la restituzione diretta, fino all'80%, delle somme versate dall'impresa. In che modo questa norma influisce sulle scelte delle imprese e delle pubbliche amministrazioni?

Le nuove Linee Guida prevedono la possibilità per le imprese di recuperare fino all'80% delle somme effettivamente versate attraverso il contributo dello 0,30%. Una scelta che incide direttamente sulle decisioni delle aziende, orientandole verso una gestione più autonoma e programmata della formazione continua.

Per molte imprese, soprattutto di medie e grandi dimensioni, la restituzione fino all'80% trasforma il Fondo interprofessionale in uno strumento di pianificazione quasi certa: le risorse non sono più percepite come “a rischio” o subordinate a bandi competitivi, ma come un capitale formativo nella disponibilità dell’azienda, da utilizzare in funzione dei propri fabbisogni strategici. Questo rafforza la propensione a investire in formazione strutturata, integrata nei processi organizzativi e produttivi, e non limitata a interventi episodici.

Al tempo stesso, il conto individuale così configurato accentua la responsabilizzazione delle imprese, che diventano protagoniste non solo della scelta dei contenuti, ma anche della qualità della progettazione e della coerenza degli interventi rispetto agli obiettivi di sviluppo delle competenze. La formazione finanziata assume quindi un carattere sempre più manageriale e mirato, in linea con le esigenze di competitività e di adattamento alle transizioni in corso.

Per le pubbliche amministrazioni che, ricordiamo, versano lo 0,30% per i propri dipendenti a tempo determinato, questa evoluzione comporta un cambiamento di prospettiva. L’ampliamento della restituzione diretta riduce il peso relativo delle logiche redistributive e spinge le PA a concentrarsi maggiormente sulle politiche di sistema, sui target più deboli e sugli ambiti in cui l’autonomia privata non è sufficiente, valorizzando la complementarità tra fondi pubblici e Fondi interprofessionali

Ci sono poi delle limitazioni alla mobilità delle imprese per il cambio del Fondo. Cosa prevede la normativa e perché è stata introdotta?

La normativa prevede effettivamente limitazioni alla mobilità delle imprese tra Fondi interprofessionali, e le nuove Linee Guida ne confermano l’impianto, chiarendone finalità e perimetro applicativo. In particolare, il cambio di Fondo con trasferimento delle risorse maturate è consentito non prima di dodici mesi dall’adesione.

Queste limitazioni servono, secondo il Ministero, a contrastare comportamenti opportunistici, come il cambio di Fondo motivato esclusivamente da vantaggi finanziari di breve periodo, che nell’ottica del legislatore rischierebbero di compromettere la sostenibilità economica dei Fondi e la funzione solidaristica del conto collettivo. Sicuramente tutelano la stabilità della programmazione, consentendo ai Fondi di pianificare avvisi, conti individuali e interventi di sistema su un orizzonte temporale minimo, senza il rischio di improvvise fuoriuscite di risorse.

La disciplina sulla mobilità riflette quindi un compromesso tra due esigenze: garantire alle imprese la libertà di scelta del Fondo, principio cardine dell’articolo 118 della Legge n. 388-2000, e preservare la coerenza pubblicistica dei Fondi, che restano strumenti di politica attiva del lavoro e non meri intermediari finanziari. In questo senso, le limitazioni non sono pensate per ostacolare la concorrenza tra Fondi, ma per assicurare che essa avvenga su basi qualitative - capacità di servizio, efficacia della formazione, affidabilità gestionale – e non su una competizione fondata esclusivamente sulla mobilità delle risorse. Ovviamente su questi aspetti il dibattito tra operatori e tra parti sociali resta sempre molto aperto, con visioni anche molto differenti su questo aspetto, che afferisce anche ai temi della rappresentanza sociale.

Resta poi molto controversa la regola che, nelle more di una soluzione informatica più efficiente da parte di INPS, chiede alle imprese di inviare una PEC al Fondo di nuova adesione a conferma della consapevolezza sul processo in questione. Molte imprese infatti avranno notevoli difficoltà ad inviarle e questo costringerà i Fondi a controlli e richieste di conferma per una parte importante delle aziende aderenti, i cui dati INPS non riportano spesso informazioni aggiornate e mai i contatti quali telefono o e-mail.

In linea generale, in che modo le nuove Linee Guida trasformeranno il comparto della formazione finanziata? Quali sono i pro e i contro?

In linea generale, le nuove Linee Guida segnano una trasformazione profonda del comparto della formazione finanziata, spostandolo da un modello prevalentemente procedurale e redistributivo a un sistema più strategico, selettivo e orientato alla qualità della spesa. Il ruolo dei Fondi interprofessionali viene ridefinito: non più soltanto canali di impiego del contributo obbligatorio dello 0,30%, ma veri e propri snodi di policy, chiamati a integrare risorse diverse, dialogare con le politiche attive e misurare l’impatto degli interventi.

Tra i principali punti di forza, va innanzitutto segnalato il rafforzamento della programmazione e della responsabilità gestionale

Un secondo elemento positivo è l’ampliamento delle opportunità. La possibilità di gestire risorse integrative e complementari, incluse quelle di origine pubblica ed europea, consente ai Fondi più maturi di ampliare il raggio d’azione, sostenere interventi più complessi e giocare un ruolo più attivo nelle transizioni produttive, digitali ed ecologiche. 

Non manca, tuttavia, qualche criticità. L’aumento delle regole, dei controlli e degli adempimenti amministrativi rischia di accentuare la distanza tra Fondi strutturati e Fondi più piccoli, o tra imprese dotate di capacità amministrativa e imprese minori. Il sistema diventa più solido, ma anche più esigente, con il rischio di escludere o scoraggiare i soggetti meno organizzati.

Un ulteriore punto di attenzione riguarda l’equilibrio tra logica individuale e logica collettiva. Il forte incentivo alla restituzione diretta delle risorse può ridurre, se non adeguatamente bilanciato, lo spazio per interventi di sistema, territoriali o settoriali, che sono spesso quelli più rilevanti dal punto di vista delle politiche pubbliche. La sfida sarà evitare che la formazione finanziata si frammenti in una somma di iniziative aziendali, perdendo la propria funzione di coesione e di accompagnamento allo sviluppo complessivo del mercato del lavoro.

In sintesi, le nuove Linee Guida spingono il comparto verso una maggiore maturità istituzionale: più autonomia, ma anche più vincoli; più risorse, ma anche più responsabilità; più spazio alle imprese, ma dentro un quadro di interesse generale più rigorosamente presidiato. Il successo di questa trasformazione dipenderà dalla capacità degli attori di accompagnare il cambiamento con investimenti organizzativi, competenze amministrative e una visione condivisa del ruolo pubblico della formazione finanziata.

Ci sono aspetti delle nuove regole che secondo lei potrebbero essere migliorati?

Per quanto riguarda le mie personali opinioni, derivanti da un’esperienza di molti anni come funzionario di Fondi Interprofessionali e come consulente, il giudizio su questa riforma è complessivamente positivo. La sostanza è che il Ministero richiede ai Fondi un salto di qualità, con relativi sforzi organizzativi, perché vuole promuoverli a partner tecnici operativi in grado di spendere tanto e bene (come peraltro 25 anni di attività, numeri alla mano, dimostrano). Anche facendogli gestire altri tipi di risorse, che lo Stato e le Regioni in questi anni hanno dimostrato (anche qui numeri alla mano) di non essere in grado di spendere mai nei tempi previsti e soprattutto in maniera efficace.

Detto questo, questa operazione sicuramente “stressa” i Fondi sia, almeno inizialmente, dal punto vista economico, perché li costringe a fare di più (molte compliance, molte regole) con meno risorse (il taglio è evidente, anche se secondo me non drammatico).

Altro dettaglio tecnico di grande importanza per gli operatori è l’abolizione del limite del 30% agli incarichi a soggetti terzi nell’attuazione dei piani formativi, elemento che recepisce anche il nuovo codice degli appalti e le normative UE e flessibilizza enormemente il mercato della formazione finanziata.

Resta invece molta perplessità sulle limitazioni agli spostamenti delle imprese che, ormai dal 2009, potevano scegliere virtualmente ogni mese il Fondo di adesione. Non si capisce bene perché, infatti, un'azienda che non vuole stare in un certo Fondo ci debba rimanere “a forza” sprecando una annualità intera di versamenti. In questi anni i numeri hanno dimostrato che questa mobilità, anche quando è forte, e non crea danni né alla programmazione economica né al funzionamento dei fondi.

Sembra più che questa norma voglia venire incontro ad esigenze politiche di alcuni soggetti che hanno difficoltà ad adattarsi ad un sistema che, nella radice della norma costitutiva, portava in sé un “quasi mercato” di cui la concorrenza tra Fondi è parte integrante. Chiamare in causa l’arbitro perché si pensa di perdere la partita (e questo non mi pare il caso), non è mai una buona prassi, credo quindi sia meglio che tutti i Fondi cerchino di fare il meglio per rendersi attrattivi, visto comunque che con le regole attuali è molto difficile per un Fondo fare una “concorrenza sleale” verso gli altri.

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