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Prevenzione e adattamento: il Piano ANCE per la messa in sicurezza del territorio

 

Il superamento della gestione emergenziale di calamità naturali ed eventi catastrofali a favore di una programmazione strutturale non è più solo un'istanza etica, ma una necessità economica per la tutela del sistema produttivo italiano. Per questo, l’attuazione di un Piano per l’Italia condiviso per prevenire, adattare e mettere in sicurezza città e territori è più che mai urgente. 

Crisi alloggi, il piano ANCE per mobilitare fondi di investitori istituzionali

E’ il messaggio unanime emerso dal convegno “Un piano per l’Italia” promosso dall’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) e svoltosi ieri presso la sede romana dell’associazione. 

Con il 94,5% dei Comuni italiani esposti a rischi naturali, la vulnerabilità del Paese è una condizione strutturale che drena risorse economiche e frena la crescita. Per risolvere tale criticità, la soluzione vincente è coniugare adattamento e prevenzione: ogni euro investito oggi in prevenzione genera un risparmio futuro tra i 7 e i 10 euro (dati Bankitalia), trasformando la messa in sicurezza da costo a leva strategica di sviluppo.

Il Piano ANCE: verso una visione organica dell'adattamento

L’evento, organizzato da ANCE con la direzione di Francesco Rutelli nell’ambito delle iniziative legate alla Conferenza Città nel futuro 2030-2050, è stato un’occasione di confronto per analizzare i rischi e i costi della mancata messa in sicurezza del territorio e per presentare una proposta operativa per rilanciare le politiche di adattamento delle città. 

Tale proposta, come sottolineato dalla presidente ANCE Federica Brancaccio, può essere sintetizzata in un Piano che poggia su cinque pilastri

  • un cambio di approccio che integri mitigazione e adattamento, superando la contrapposizione ideologica infondata tra sostenibilità e crescita;
  • una governance centralizzata, elemento essenziale per la riuscita del Piano proposto dall’associazione, con una cabina di regia istituita presso il Governo;
  • un modello operativo ispirato al PNRR che favorisca la concorrenza;
  • una mappatura dei dati omogenea per individuare le priorità di intervento;
  • la stabilità dei finanziamenti. 

L’implementazione di questo Piano implica, ha ribadito Rutelli, un “cambiamento di fondo indispensabile”, economicamente conveniente per la crescita delle imprese e per la sostenibilità del sistema Paese, da attuare con una governance multilivello gestita da Palazzo Chigi. “L’obiettivo”, ha sottolineato Rutelli, “è superare lo scoordinamento operativo e garantire che le risorse, spesso non spese o frammentate, vengano messe a terra in modo efficiente”.

Strategia e quadro normativo: il ruolo della governance nazionale

D’altra parte, una gestione centralizzata degli interventi di prevenzione e adattamento del rischio idrogeologico auspicata nella proposta ANCE potrebbe diventare realtà nel futuro prossimo, secondo quanto dichiarato dal ministro Nello Musumeci. Nel suo intervento, il ministro per la protezione civile e le politiche del mare dell'Italia, infatti, ha annunciato che l’esecutivo starebbe lavorando ad un disegno di legge per l’istituzione di una cabina di regia nazionale che coordini i diversi dicasteri e pianifichi il contrasto al dissesto con una prospettiva di “almeno quindici anni”. La proposta di istituire la cabina di regia è stata accolta con favore anche dal ministro Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto poco dopo nel corso dell'evento. Un’iniziativa necessaria, secondo il numero uno del MASE, per semplificare le procedure burocratiche e, allo stesso tempo, spendere meglio i fondi statali destinati al dissesto idrogeologico. 

Se realizzato, un piano integrato e centralizzato di adattamento e prevenzione potrebbe aiutare il Paese a superare la logica dell’inseguimento delle emergenze, in favore di un approccio strutturale, come auspicato da Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Secondo l'esperto, infatti, non ci troviamo più di fronte a singoli eventi estremi isolati, ma a una vera e propria “trasformazione della statistica meteo-climatica”. “In Italia, l’aumento delle temperature medie ha già raggiunto 1,7 gradi, un valore che altera profondamente gli equilibri ambientali”, ha spiegato Boccaletti, che ha aggiunto: “fenomeni apparentemente opposti come la siccità e le inondazioni sono in realtà due facce della stessa medaglia, ovvero il riflesso del cambiamento della statistica climatica”. Questa situazione richiede di adeguare la progettazione delle infrastrutture alla nuova realtà climatica, superando i vecchi modelli di gestione ormai obsoleti e, soprattutto, l’approccio emergenziale.

D’altra parte, come evidenziato da Natalia Bagnato di ESG Ontier, la messa a terra di un Piano per l’Italia a tutela di città e territori deve essere accompagnata da una “rivoluzione giuridica”, che in parte è già in atto. La situazione climatica attuale, infatti, ha imposto l’abbandono del dualismo tra mitigazione (analisi dei fattori causali) e adattamento (gestione degli effetti già in corso), concedendo a quest’ultimo una rilevanza autonoma, sancita nell’articolo 7 dell’Accordo di Parigi del 2015. Un aspetto che è stato poi al centro della Conference of the Parties più recente, la COP30 di Belem, che ha introdotto per la prima volta gli indicatori di adattamento (ancora volontari), che sono secondo Bagnato “un punto di partenza e di riferimento per le legislazioni future”. In tale contesto, in base ad una sentenza di luglio 2025 emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia citata dall’esperta legale, l’adattamento non è più visto solo come impegno politico, ma come una “responsabilità diretta delle imprese” che non adottano questo approccio, imbattendosi di fatto in una vera e propria violazione dei diritti umani. 

L’evoluzione normativa, ha ricordato infine Bagnato, prosegue sia a livello globale, che europeo (questo mese è prevista la discussione del Piano Europeo di Adattamento ai Cambiamenti Climatici - ECAP). Così come in Italia, dove il documento cardine è il PNACC (Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici) gestito dal Forum dell’Osservatorio Nazionale istituito presso il MASE (che ha recentemente lanciato una manifestazione di interesse per coinvolgere gli stakeholder nell’attuazione del Piano).

Nel suo intervento, Mauro Grassi, direttore della fondazione Earth Water Agenda, analizzando il quadro attuale si è focalizzato più sul divario esistente a livello globale tra il fabbisogno finanziario e gli investimenti attuali, riportando dati puntuali (della Banca Mondiale) riferiti ai prossimi vent’anni:

  • il fabbisogno per la mitigazione è stimato in 150 trilioni di dollari annui, ma con il ritmo attuale ne sono garantiti soltanto 26 trilioni;
  • il fabbisogno per l’adattamento, invece, è quantificato tra i 6 e i 12 trilioni di dollari all’anno, ma con gli investimenti attuali le cifre nel prossimo ventennio si fermeranno a 1,2 trilioni circa. 

Uno scenario abbastanza drammatico (che vede l’Italia particolarmente debole dato che il PNACC si trova ancora in una fase embrionale di implementazione) e che secondo Grassi dovrebbe essere affrontato affiancando alla spesa pubblica (che da sola non basta) anche sistemi di finanza innovativa, tra cui: green bond e cat-bond (catastrophe bond); tasse di scopo e tariffe mirate; e servizi ecosistemici e Impact-base incentives.

Resilienza idrica e pianificazione locale: dal PNRR alla Coesione

Al centro del convegno ANCE anche la gestione della risorsa idrica, elemento cardine delle politiche di adattamento. Sul tema è intervenuto, anzitutto, il Ministro per gli affari europei, il PNRR e le politiche di coesione, Tommaso Foti, che ha ricordato lo stanziamento di circa 3,1 miliardi per la priorità resilienza idrica nell’ambito della recente mid term review della Politica di coesione e di altri 3 miliardi PNRR per la riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione di acqua potabile. 

Portando nel dibattito il punto di vista delle amministrazioni locali, anche Marco Fioravanti, presidente del Consiglio Nazionale ANCI e sindaco di Ascoli Piceno, ha citato il tema della resilienza idrica tra le criticità principali dell’Agenda dei Comuni e delle Città, cui si affiancano quello della casa e dell’indipendenza energetica.

La risorsa idrica, d’altra parte, è stata menzionata anche da Manuela Rinaldi, presidente di Itaca e assessore Lavori pubblici, Politiche di Ricostruzione, Viabilità, Infrastrutture della Regione Lazio, che ha evidenziato la necessità di risparmiare le risorse naturali per attuare una strategia nazionale di mitigazione, adattamento e prevenzione, a partire proprio dall’acqua. 

Per approfondire: Cosa prevede la Strategia per la resilienza idrica?

Innovazione tecnologica: dal monitoraggio predittivo alle "città spugna" cinesi

In questo scenario, le strategie di adattamento e prevenzione dovrebbero basarsi su tecnologie d’avanguardia. Ne è convinto Andrea Prota, presidente della fondazione Return, che ha presentato il progetto “Returnville”, una città virtuale finanziata dal MUR che utilizza algoritmi per fornire mappe prospettiche dei rischi. Sulla stessa scia, Paola Girdinio, presidente di Competence Center Start 4.0, e Marco Lombardi, amministratore delegato di Proger, hanno evidenziato come l'uso dell’intelligenza artificiale e del Digital Twin possa permettere di passare dal monitoraggio alla predizione, condizione essenziale per una progettazione realmente resiliente che abbatta i costi futuri di riparazione.

Tra i protagonisti delle strategie di adattamento vi sono le imprese del settore delle costruzioni, come evidenziato dalla vicepresidente ANCE Silvia Ricci. Il comparto è infatti responsabile del 40% delle emissioni GHG in Italia e il 90% dei settori produttivi è direttamente connesso all’edilizia. Dei dati che, secondo Ricci, comportano la necessità di adottare un nuovo approccio basato sull’adattamento che promuova l’analisi dell’intero ciclo di vita (Life Cycle Assessment) degli edifici e delle città, integrando materiali sostenibili e soluzioni di bioedilizia. Allo stesso tempo, la vicepresidente di ANCE ha ribadito anche l’importanza dell’introduzione delle Nature Based Solutions (NBS), un tema ripreso anche da Giuseppe Scarascia-Mugnozza di EFI’s Biocities Facility, che ha illustrato l’esempio delle “città spugna” cinesi che integrano infrastrutture verdi, depavimentazione e bioeconomia circolare nei processi di rigenerazione urbana, per favorire l’infiltrazione dell’acqua nel suolo delle città e il recupero della biodiversità. Nel contesto europeo, ha sottolineato Scarascia-Mugnozza,  l’implementazione della Nature Restoration Law (in vigore dal 2024) potrebbe favorire lo sviluppo di queste soluzioni basate sulla natura.

Semplificazione e ricostruzione: verso una Legge Quadro sulla prevenzione

Il tema della governance frammentata e della necessità di una regia univoca è stato poi ripreso nell’ultimo panel dell’evento, che ha visto in particolare Giuseppe Bicchielli, presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano, invocare l’introduzione di una norma quadro che metta in ordine le competenze esistenti e che favorisca un nuovo approccio “culturale” basato sulla prevenzione. In tale contesto, Guido Castelli, Commissario Straordinario Ricostruzione Sisma 2016 ha invece ricordato che la fragilità sistemica italiana, sia per quanto riguarda la governance sia per le caratteristiche del territorio, è aggravata dalla crisi demografica, un fattore che affligge le aree interne già vulnerabili da un punto di vista idrogeologico e che vengono sempre più abbandonate dalla popolazione. 

Ad evidenziare l’esigenza di superare la frammentazione della gestione dei rischi idrogeologici citata da Bicchielli è anche Maria Alessandra Gallone (presidente ISPRA), che nel suo intervento ha ribadito il supporto tecnico offerto da ISPRA non come “ente limitatore”, ma piuttosto come alleato strategico capace di fornire monitoraggi e mappature (tramite strumenti come la piattaforma IdroGEO e il progetto CARG) essenziali per rendere omogenee le azioni sul territorio.

In questa cornice di riordino della strategia normativa e gestionale del Paese, Luigi Ferrara, capo del Dipartimento Casa Italia, ha confermato l’impegno del governo nel coordinare i soggetti attuatori del dissesto, auspicando la pronta implementazione di un piano nazionale integrato. Sul fronte delle risorse, Ferrara ha poi sottolineato l’importanza del decreto di riparto del Fondo per le ricostruzioni (approvato il 14 aprile). Istituito dalla Legge di Bilancio 2025, il fondo garantirà dal 2027 risorse stabili e programmate per i processi di ricostruzione post-evento: 1.500 milioni di euro per il primo anno e 1.300 milioni annui per ciascuno degli anni successivi, basandosi su un’analisi aggiornata dei fabbisogni reali delle gestioni commissariali.

Le polizze assicurative come risposta agli eventi estremi

Last but not least, altro elemento necessario per una corretta gestione dei rischi legati agli eventi naturali è rappresentato dal sistema assicurativo. Secondo Umberto Guidoni, Co-Direttore Generale Ania, le imprese dovrebbero imparare a vedere la copertura assicurativa come una forma di investimento e non come una spesa fine a sé stessa. Va in tale direzione, l’obbligo per le imprese di contrarre le polizze catastrofali, che nasce per creare una necessaria compensazione tra pubblico e privato. Un intervento che però si inserisce in un contesto, quello italiano, caratterizzato da una cultura ancora acerba in tema di polizze assicurative: “solo il 15% delle aziende obbligate”, ha ribadito Guidoni, “risulta assicurato, nonostante i costi contenuti delle polizze sulle imprese (tra i 45 e i 250 euro annui)”. Per alimentare una solida cultura della protezione assicurativa si potrebbe guardare a sistemi basati sulla semi-obbligatorietà di contrarre le polizze cat-nat (come è previsto in Francia per la copertura delle case), oppure si potrebbero introdurre regimi completamente obbligatori anche per i privati oltre che per le imprese, prendendo ad esempio l’obbligo di stipulare coperture assicurative di questo tipo per gli individui colpiti dal sisma che hanno beneficiato di bonus edilizi (come il Superbonus 110%). “L’ampliamento di un intervento di questo tipo potrebbe creare maggiore cultura assicurativa estendendo questo modello anche ad altri contesti. Ricostruire significa anche prevenire. E assicurarsi è una forma di prevenzione che sgrava lo Stato e ricuce la fiscalità generale”, ha concluso Guidoni. 

Leggi anche: SACE: perché l’obbligo di polizze catastrofali è un’opportunità per le imprese italiane

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