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QFP 2028-2034, Corrado (PE): LIFE deve rimanere autonomo

 

Corrado. Copyright: © European Union 2026 - Source : EPNell’attuale proposta sul bilancio europeo post 2027, LIFE, strumento di finanziamento principe dell’UE dedicato all’ambiente e all’azione per il clima, non si configurerà più come un programma autonomo. Se passa questa linea, evidenzia l’eurodeputata Annalisa Corrado a FASI, potrebbe verificarsi un pesante indebolimento di LIFE, con ripercussioni negative sul raggiungimento degli obiettivi energetici e ambientali dell’Unione. 

Eu Competitiveness Fund: quale futuro per il Programma LIFE nel QFP post 2027

In base all’attuale proposta di QFP 2028-2034, presentata a luglio 2025 dalla Commissione UE, anche LIFE, come tanti altri strumenti di finanziamento europei, è destinato infatti a subire uno stravolgimento in termini di struttura e gestione del budget, confluendo insieme ad altri 13 programmi esistenti nel nuovo European Competitiveness Fund (ECF).

Sebbene l’obiettivo dichiarato di Bruxelles consista nel semplificare l’accesso ai fondi europei, diversi stakeholder hanno manifestato la propria preoccupazione per l’assorbimento di programmi come LIFE in un unico “single rulebook”. Il rischio, secondo loro, è che possa verificarsi una marginalizzazione delle attività incentrate sulla tutela della natura in favore di altre priorità strategiche, prime fra tutte la competitività e la difesa, nonché un eventuale trasferimento dei fondi per l’ambiente per far fronte a crisi contingenti, sempre più ricorrenti, come conferma l’attuale conflitto in Medio Oriente. 

Una preoccupazione che emerge sia a livello istituzionale, come si evince dal parere approvato in Commissione ENVI a inizio marzo da una maggioranza di eurodeputati che chiede, tra le altre cose, di salvaguardare un obiettivo minimo di spesa del 35% per l'azione per il clima e gli obiettivi ambientali, l'istituzione di una priorità strategica "orizzontale" per la resilienza idrica, una tabella di marcia per eliminare gradualmente i sussidi dannosi per l'ambiente e, appunto, la difesa dell’autonomia dell'attuale Programma LIFE. Sia sul piano della cittadinanza attiva, come testimonia la recente petizione “Stand with LIFE”.

In questa intervista, l’Onorevole Annalisa Corrado (gruppo politico Progressisti e Democratici Socialisti al Parlamento europeo) e uno dei due eurodeputati italiani presenti in Commissione ENVI (l'altro è Pierfrancesco Maran (PD), che insieme a Corrado ha sostenuto il parere) sottolinea l'importanza di difendere l’attuale assetto del Programma LIFE. Una posizione che, secondo l’eurodeputata, dovrebbe essere sostenuta sia dai palazzi di Bruxelles, sia dai cittadini. 

L’attuale proposta della Commissione include LIFE nel Fondo europeo per la competitività. Quali sono le principali criticità di questa operazione?

La criticità principale è che si rischia di indebolire uno strumento che ha una funzione specifica e difficilmente sostituibile. 

Non si tratta di una contrapposizione tra ambiente e competitività, al contrario. La resilienza ambientale, climatica e sociale dei nostri territori è una precondizione della competitività economica europea. Senza territori resilienti, senza risorse naturali in equilibrio, senza comunità in grado di adattarsi agli impatti climatici, non c’è crescita sostenibile nel lungo periodo.

Il punto è che LIFE interviene proprio dove il mercato da solo non arriva: sulla prevenzione, sull’adattamento, sulla governance locale, sulla costruzione di capacità. Tutti elementi che rafforzano il tessuto economico e sociale e quindi anche la competitività. Inserirlo in un fondo “ombrello” come il Fondo per la competitività rischia di diluire questa funzione. Il Parlamento Europeo ha già segnalato che l’accorpamento dei programmi riduce trasparenza, prevedibilità e capacità di controllo sull’allocazione delle risorse.

Il rischio, quindi, non è tanto un conflitto tra priorità, ma una perdita di efficacia: indebolire uno strumento che rende la transizione concreta significa, alla fine, indebolire anche la competitività che vogliamo rafforzare.

Quali sottoprogrammi LIFE rischiano di essere più penalizzati?

LIFE, lo ricordiamo, poggia su quattro sottoprogrammi: Natura e biodiversità, Economia circolare e qualità della vita, Mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, Transizione all’energia pulita. 

Nell’ambito dell’attuale proposta della Commissione, tutti i sottoprogrammi rischiano, ma non allo stesso modo. 

Quello più esposto è sicuramente il sottoprogramma dedicato a natura e biodiversità. Parliamo di interventi che non generano ritorni economici immediati, ma producono benefici pubblici fondamentali: tutela degli ecosistemi, sicurezza alimentare, resilienza territoriale. Sono esattamente le aree dove il mercato non interviene, e quindi quelle che rischiano di essere sacrificate per prime.

Anche l’economia circolare e la qualità della vita potrebbero essere penalizzate, perché rischiano di essere riassorbite in politiche più ampie, perdendo la dimensione territoriale e di innovazione locale che è tipica dei progetti LIFE. Per quanto riguarda il clima e la transizione energetica, il rischio è di perdere la parte legata alle comunità locali, alla partecipazione e alla costruzione di competenze. 

In sintesi, più un intervento riguarda beni pubblici e territori, più rischia di essere penalizzato.

Perché è importante che LIFE resti indipendente?

Perché garantisce continuità, chiarezza e capacità di attuazione.

LIFE è l’unico programma europeo interamente dedicato all’ambiente, al clima e alla biodiversità, e negli anni ha dimostrato di essere uno strumento estremamente efficace nel trasformare obiettivi europei in risultati concreti .

La sua indipendenza non è un elemento formale: è ciò che permette di avere una governance chiara e riconoscibile, una linea di finanziamento stabile e soprattutto una comunità di beneficiari – enti locali, associazioni, imprese – che sanno come accedere e come utilizzare lo strumento.

Se questa struttura viene diluita in un fondo più ampio, si rischia di perdere proprio questa continuità operativa e questa capacità di accompagnare i territori. In altre parole, LIFE non è solo una fonte di finanziamento: è una vera e propria infrastruttura di attuazione delle politiche europee. E le infrastrutture funzionano quando sono stabili, riconoscibili e accessibili.

Quale dovrebbe essere il budget per il prossimo settennato?

Il budget attuale, 5,43 miliardi, è chiaramente insufficiente rispetto alla scala delle sfide.

La Commissione Europea stima che per raggiungere la neutralità climatica servirà un investimento aggiuntivo pari all’1,5% del PIL ogni anno . Il monitoraggio dell’8° Programma di Azione Ambientale mostra che solo una quota molto limitata degli indicatori europei su clima, biodiversità e inquinamento è oggi sulla buona strada per il 2030, mentre la grande maggioranza accusa ritardi. Questo significa che non basta fissare obiettivi, occorre riuscire ad attuarli.

In questo contesto, LIFE dovrebbe essere rafforzato in modo significativo, anziché essere indebolito. Un obiettivo credibile sarebbe almeno raddoppiarne le risorse. Se vogliamo colmare il divario tra obiettivi e risultati, dobbiamo investire di più proprio negli strumenti che rendono le politiche operative.

Che valutazione dà del voto ENVI e quali sono i prossimi passaggi?

Il voto in Commissione Ambiente è stato molto importante e ha dimostrato che esiste una maggioranza ampia e trasversale a difesa di LIFE. Non è una battaglia di parte, ma una consapevolezza condivisa.

Il parere ENVI chiede chiaramente di mantenere LIFE come programma autonomo, con una linea di bilancio dedicata, e rafforza il ruolo degli enti locali e della governance territoriale.

Ma credo ci sia un messaggio politico più ampio. In una fase segnata da eventi climatici estremi, tensioni geopolitiche e crisi energetiche, quando il confronto si articola sulla tenuta dei nostri territori, emerge che l’impegno per la sostenibilità non può essere qualcosa da mettere tra parentesi, è la nostra strategia per rafforzarci.

Garantire sicurezza energetica, ridurre le dipendenze, rendere i territori più resilienti: tutto questo passa dalla transizione ecologica. In questo senso, non mi stancherò mai di ripetere che il Green Deal resta più che attuale ed è a tutti gli effetti il nostro “security deal”.

Ora il dossier passa alla Commissione bilancio, poi sarà votato in plenaria. È in questa fase che per noi in Parlamento si giocherà la partita più delicata, perché sarà lì che dovremo esprimere la nostra difesa non solo delle risorse, ma anche dell’architettura del programma. Sapendo che nel negoziato finale con Consiglio e Commissione, il Parlamento non sarà in posizione paritaria rispetto al Consiglio, potendo in ultima istanza approvare il QFP o respingerlo, ma non emendarne il testo.

La “Stand with LIFE” può fare la differenza?

Sì, perché dimostra che non stiamo parlando di uno strumento astratto.

Dietro LIFE ci sono centinaia di amministrazioni locali, associazioni e territori che lo utilizzano ogni giorno. Più di 800 soggetti hanno già espresso il loro sostegno. Questa nuova mobilitazione dà ulteriore forza politica al Parlamento e rende più difficile ignorare il valore concreto del programma.

In una fase come quella del negoziato sul bilancio europeo, dove il rischio è che il dibattito resti molto tecnico, il contributo della società civile è fondamentale per riportare al centro l’impatto reale delle scelte che stiamo facendo.

Senza LIFE autonomo, il deficit di investimenti aumenterebbe?

Sì, il rischio è proprio questo. Parliamo di un costo della mancata attuazione delle norme ambientali stimato in circa 180 miliardi di euro all’anno, e di un gap di investimenti superiore ai 120 miliardi annui.

LIFE interviene proprio sull’attuazione: aiuta a trasformare norme e strategie in interventi concreti. Se lo indeboliamo, aumentano i ritardi e aumentano anche i costi nel medio periodo, perché gli impatti ambientali e climatici diventano più gravi e più costosi da gestire.

È una dinamica molto chiara: ciò che non investiamo oggi in prevenzione e adattamento, lo paghiamo domani in emergenze e danni.

Oltre alle criticità prima esposte, la mancata autonomia di LIFE pone dei rischi anche sul fronte del trasferimento tecnologico?

Si, la perdita di autonomia di LIFE rischia di avere ripercussioni anche su questo fronte. Il pericolo è, infatti, quello di creare un divario tra innovazione e applicazione.

LIFE svolge un ruolo fondamentale nel portare soluzioni già sviluppate a diventare pratiche diffuse, adattate ai territori e replicabili. È ciò che consente di passare dalla sperimentazione alla diffusione. Se questa funzione viene meno, rischiamo di finanziare ricerca e innovazione senza riuscire a tradurle in interventi concreti.

E nella transizione ecologica questo è un rischio che non possiamo permetterci: abbiamo bisogno di accelerare l’attuazione, non di rallentarla.

Quali esempi italiani dimostrano l’efficacia di LIFE?

L’Italia è uno dei principali beneficiari del programma, e quello che emerge con chiarezza è la capacità dei progetti LIFE di produrre soluzioni concrete e replicabili.

Ci sono esperienze come GREAT LIFE nell’area metropolitana di Bologna, che ha sviluppato soluzioni basate sulla natura per migliorare la qualità ambientale urbana e la capacità di adattamento del territorio e delle produzioni agricole. 

Sul fronte dell’adattamento climatico, un caso interessante è LIFE MASTER ADAPT, che ha coinvolto diverse città italiane nello sviluppo di strategie locali di adattamento, contribuendo a integrare il tema della resilienza climatica nelle politiche urbane, amplificando i possibili esiti grazie alle sinergie tra i diversi livelli amministrativi.

Per quanto riguarda l’energia, LIFE ha contribuito anche alla diffusione di modelli innovativi come le comunità energetiche, sostenendo percorsi di coinvolgimento degli enti locali e dei cittadini nella produzione e gestione dell’energia rinnovabile. Anche in Italia queste esperienze stanno crescendo rapidamente, e LIFE ha avuto un ruolo importante nel creare le condizioni perché questi modelli si sviluppassero.  

In molti casi, gli interventi hanno riguardato il ripristino degli ecosistemi e la tutela della biodiversità, con effetti diretti anche sulla resilienza dei territori rispetto a eventi estremi. Penso, ad esempio, al progetto LIFE WolfAlps, che ha lavorato sulla convivenza tra attività umane e grandi carnivori lungo l’arco alpino, costruendo modelli di gestione oggi replicati anche in altri contesti europei.

Il punto centrale è che LIFE non finanzia semplicemente progetti isolati: costruisce modelli che vengono replicati e che finiscono per orientare politiche pubbliche e investimenti. È questo il suo vero valore aggiunto.

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